Articolo sull’Etiopia

Questo è un articolo che ho scritto per un giornalino pubblicato ieri dato che era la giornata mondiali missionaria.

Quest’anno ho avuto la possibilità di tornare in Africa dopo l’esperienza in Sudan del 2003.
Questo desiderio partiva nell’inverno, appena trascorso, nella prospettiva di tornare già dove, io e Icio, eravamo stati ma, purtroppo, per problemi "politici", legati al Darfur, non è stato possibile e quindi c’è stato chiesto se volevamo andare in Etiopia. Abbiamo accolto ben volentieri questa richiesta senza porci troppe domande su cosa avremmo fatto di preciso rendendoci disponili a dare una mano secondo le necessità. Ebbene, a parte una piccola incursione nell’aula informatica dell’high school, dove ho fatto manutenzione e dato un paio di consigli, nel mio ramo ho fatto ben poco dato che mi sono improvvisato elettrico, meccanico, piegatore, assemblatore di sedie e panchine, a secondo di quello che c’era da fare.
Per prima cosa l’Etiopia è più democratica e quindi il contatto con le persone è stato più profondo e dandomi modo di capire meglio un mondo che è davvero lontano dal nostro, non solo nella mentalità o con la tranquillità con cui si fanno le cose, ma anche con la bellezza dei sorrisi che nascondono una realtà davvero difficile. La povertà è molto alta dovuta soprattutto alla mancanza di una infrastruttura che possa supportare un progressivo miglioramento della vita. Basta pensare che la corrente elettrica viene erogata a giorni alterni, almeno dove eravamo noi, mentre da altri parti arriva una volta alla settimana e nella capitale c’è il divieto di lavorare di notte per poterne sfruttare la presenza.
Oltre questo ci sono poche strade asfaltate e nessun trasporto su ferrovia, non ci sono risorse, quali petrolio e diamanti, che possono interessare investimenti esteri per poter far crescere economicamente il paese ma nonostante tutto, e la voglia delle persone di emigrare in occidente, l’Etiopia cerca di emergere da questa situazione puntando sul turismo, con la costruzione di tanti hotel, e la scolarizzazione incentivando le scuole a creare classi numerose e costruendo poli universitari, come quello in continua espansione a Dilla, paesone di 70 mila abitanti dove c’è il centro professionale salesiano, oltre la scuola primaria e secondaria, dove eravamo noi.
Di cose da dire, che si accavallano in testa e nel cuore, sono davvero tante ma la descriverle è davvero difficile perchè ho paura di non riuscire a trasmettere tutto quello che ho vissuto, ho provato e porto nel cuore, anzi che porterò sempre, dato che immergersi in una realtà differente dalla nostra, fuori dai nostri schemi mentali, ti segna profondamente anche se, tornati alla quotidianità, si riprende subito la frenesia di una vita occidentale che non ti porta a riflettere su quello che hai ma su quello che vorresti mentre in Etiopia, ma penso in tutta l’Africa, avendo il paragone con il Sudan, non si hanno che le cose essenziali, quando ci sono.
Potrei parlarvi, quindi, delle aspettative di questo paese in cui si stanno costruendo alberghi sperando di portare del turismo, come accennavo prima, oppure della sicurezza sul lavoro, che non so se piangere o ridere per quello che ho visto, oppure parlare della bellezza dei visi e della disponibilità donata, o del gioco dei bambini delle biglie (o bilie) "tocco e spanna" che giocavo nel cortile di casa con gli amici, oppure di come si gioca a calcio scalzi o di come prendendo un coperchio di plastica, un pezzo di fil di ferro e un bastone si faccia a gare a chi arriva più lontano. Potrei parlare delle richieste delle scarpe, della maglietta, di una latta di vernice vuota da rivendere per avere pochi birr, moneta locale, per comprare un ghiacciolo alla Fanta, alla Coca-cola o alla Sprite oppure del poco mangiare che hanno ma dove, per fortuna, cresce un falso banano (ensete) da cui si ricava una "farina" che permette di avere il qocho, una focaccia scusa e dal sapore aspro. Potrei parlarvi delle distese di teff per fare l’injera, il tipico pane etiope con cui si accompagnano i piatti tradizionali, dei saliscendi che si intervallano all’immenso altipiano. Potrei raccontarsi del desiderio della pioggia in questo periodo delle piogge in cui arriva il temporale ma lascia la terra argillosa asciutta. Potrei dirvi che vivono in un "tempo" tutto loro in cui sono nel 2002 dal nostro 12 settembre 2009 che il loro calendario è di 13 mesi, 12 di 30 giorni e uno per arrivare al capodanno, e che l’anno scorso è stato festeggiato come l’arrivo del nuovo millennio senza contare il fatto che usano le ore del giorno e della notte sullo stile aramaico quindi ci sono le 12 ore del giorno e della notte e che l’ora terza corrisponde alle nostre 15 o che il giorno inizia il primo minuto dopo lo scoccare della dodicesima ora della notte (faccio ancora fatica a calcolare il tempo).
Sono tante le cose che potrei raccontare e che ho accennato in questo articolo ma descrivere quello che ho nel cuore, che è un’immensa gioia di aver vissuto questa esperienza, quello che ho negli occhi, che sono i visi e i sorrisi delle persone incontrate, quello che ho sulla mani, che sono i segni della fatica ma, anche se si stanno rimarginando, rimarranno "vivi" per ricordarmi come è bello lavorare senza un secondo fine se non quello di aiutare un altro, dicevo descrivere è davvero difficile ma credo che si possa riassumere in un ricordo di un tema che ha accompagnato un oratorio estivo: è più bello dare che ricevere.

Chiudo ringraziando Dio che mi ha dato la possibilità di fare questa esperienza, ringraziando tutte le persone che ho incontrato, ringraziando le persone che ci hanno ospitato e ringrazio tutte le persone che mi hanno donato un sorriso che porterò sempre con me perchè un grazie e un sorriso sono doni gratuiti che possono cambiare una giornata, un mese, una vita o addirittura il mondo. 

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9 thoughts on “Articolo sull’Etiopia

  1. grazie a te Marinz, per questo racconto così genuino, dove trapela il tuo altruismo, la tua emozione di fronte alle ingiustizie patite da tanta gente, la tua gioia per un sorriso che cambia il mondo. Grazie per questi ricordi che graffiano le nostre coscienze abituate al superfluo e mai soddisfatte. Grazie per quello che sei e che non nascondi di essere. Un abbraccio forte forte.

  2. E’ veramente encomiabile l’iniziativa a cui hai preso parte ..
    portare amore e la tua esperienza laddove ce n’è bisogno.

    e con le tue parole e le tue riflessioni riesci a trasmettere assai molto .. "per ricordarmi come è bello lavorare senza un secondo fine se non quello di aiutare un altro"

    sei una bellissima persona, dal cuore grande ed un’immensa umanità
    un bacio e un abbraccio

     

  3. E’ davvero un post emozionante, Marinz, perché sei riuscito a trasmettere a noi lettori occidentali, abituati a considerare il superfluo una necessità, il senso di un Paese povero di risorse ma con tanto entusiasmo nel cuore, pieno di voglia di migliorare.
    Un Paese in cui la gente sa regalare "grazie" e "sorrisi" che davvero possono migliorare chi li riceve e anche il mondo.

  4. purtroppo dall’Ufficio posso commentare solo i blog che hanno la finestra dei commenti in pop up, quindi riuscire ad offrirti un caffè sarà difficile, potendo farlo  solo il tardo pomeriggio o la sera da casa

    quindi a quest’ora ben ci sta un aperitivo
    un caro saluto e un abbraccio
    e grazie per le tue visite

  5. Passo di qui … ma a differenza di atlre volte io .. non so che dire.
    Evito di fare della retorica, lasciare impronte di buonismo o compassione e appiccicare lo zucchero filato.
    Pero’ unisco la mia voce a quella di altre donne qui, nei commenti, che hanno omaggiato il tuo entusiasmo e la tua voglia di esserci. Traspare davvero una bellezza dell’anima, insieme ad una freschezza speciale, roba rara, di questi tempi.

    Notte Marinz … e, se fossi una vecchia zia e tu un ragazzino ti direi: non cambiare mai…
    :-))

  6. ciao Marinz, passo solo per un salutino veloce. Sarebbe carino se riuscissi a postare qualche foto del tuo viaggio. Mi ricordo di averne vista una qualche tempo fa, era tenerissima…

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